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l'amore per la Mattanza

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C’è un lembo di terra d’Italia, a sud - ovest di Trapani, che si chiama Favignana. E’ la maggiore delle isole Egadi, una manna dal cielo per chi ama il mare. Non si pensi, però, al mare delle cartoline o dei depliant turistici. Chi va alla ricerca di suggestioni riproducibili sulla carta stampata, non proceda nella lettura. E non vada a Favignana.Perché l’isola non offre nulla di lezioso, d’incantevole, nel senso comune del termine.

Gioacchino Cataldo

Tutto è aspro, a Favignana. E forte. La montagna, ad esempio, che la sera si fa rossa, e poi bruna, mentre ancora, sulla sua sommità, il forte di S. Caterina ruba qualche raggio di sole al tramonto. E’ facile pensare che lassù, fra le mura possenti, qualcuno attenda l’arrivo dei Tartari. Invece, da Marsala e da Trapani, dai traghetti, dagli aliscafi, dalle barche status-symbol, arrivano i nuovi barbari, avidi di vacanza, il che è legittimo, ma denutriti di sentimenti, incapaci d’emozioni. Chiedo scusa. Il rischio della generalizzazione è sempre in agguato. C’è ancora chi, fumando sugli scogli puntuti, prepara un piccolo posacenere con la carta stagnola per non sporcare con i mozziconi. L’ho visto fare con i miei occhi. Così come ho visto bagnanti allontanarsi dalle cale mozzafiato dell’isola con il sacco del pattume per riporlo nei bidoni dell’immondizia. Queste persone rappresentano una specie rara, che dovrebbe trasmettere in tutta l’Italia il contagio della buona educazione. Se così fosse, chissà, di qui a qualche secolo, parole come queste sarebbero solo una lontana testimonianza della stupidità umana. Ma torniamo a Favignana. E alla necessità d’amare. Perché, con Gioacchino Cataldo, una sera di metà luglio, nella piazza madre del paese, di questo si è parlato, dell’amore. Ora vi spiego chi è Gioacchino Cataldo. C’è un rito millenario che si celebra a Favignana, la mattanza dei tonni. Le prime memorie storiche risalgono proprio agli ultimi anni bui del medio evo. Gioacchino è un profondo conoscitore dell'arte della mattanza, ex rais, è oggi grande divulgatore di questa tradizione millenaria della pesca del tonno che per mezzo della costruzione di un "palazzo nel mare", vasto 30.000 mq e profondo dai 30 ai 40 m, dove reti a maglie sempre più fitte conducono i tonni, attraverso un percorso obbligato, fino alla camera della morte. Alla mattanza. Questo racconta Gioacchino. Ma allora, cosa c’entra l’amore? E’ la parola chiave di tutto il discorso di Gioacchino. L’amore per la propria isola, lasciata in gioventù per il lavoro in Germania, in una fabbrica di filati. Senza rimpianto, allora. Perché si può pensare di non amare la terra madre che ti rifiuta il lavoro, e la speranza di futuro. La terra ripensata nelle notti di turno, quando le macchine lavorano da sole, e ti ritrovi, per passare il tempo, a costruire gli ami con cui, durante le ferie, pescherai i polpi e i gronghi. La terra che scopri prepotentemente d’amare, al di là d’ogni rimozione, sull’aereo che ti riporta in Germania, e decidi di riaverla, per sempre, al più presto.

- E’ come l’amore per una donna, - dice Gioacchino- se è vero non ti lascia più.

Anche il mare va amato come una donna. Anche i tonni. Ci vuole l’osservazione attenta, la conoscenza che viene da sé con l’attesa paziente, imparando a stemperare l’ansia del momento nella certezza d’una pesca abbondante quando arriverà il momento opportuno. Kairòs, dicevano i greci. Poi, per rendere più comprensibile il concetto a chi gente di mare non è, Gioacchino parla come se fosse un esperto contadino. Si tratta di scegliere la terra, lavorarla, bagnarla, seminarla, proteggerla, attendere il raccolto. Terra, mare, amore. Attraverso le sue parole sembra ricomporsi un’ armonia che un malefico incantesimo aveva spezzato.

- Siamo noi uomini a porre le barriere, anche a ciò che è naturale.- Così dice Gioacchino.
Per questo, nelle preghiere rituali della mattanza, ha introdotto, la preghiera a S. Romeglio, un santo della montagna, perché non esistono fratture in ciò che è regolato dalla natura. Ed è ancora l’amore, l’istinto della riproduzione, a portare i tonni dalle acque dell’Atlantico, attraverso lo stretto di Gibilterra, a Favignana. Quelli che sfuggono alle gigantesche reti dei pescherecci giapponesi, alle colonne d’Ercole, giungono fin qui. Tonni sempre più piccoli, ed in numero decisamente inferiore rispetto ai decenni passati. E poi, lasciato il mare, ci sono i luoghi di terra che parlano del duro lavoro degli uomini. Gioacchino ci porta alla Camparìa, dove si ripongono gli attrezzi del mestiere, montagne di reti e di cime, tutte fatte a mano, tutte sapientemente collocate a seconda della destinazione e dell’uso, perché un errore qui, dice Gioacchino, è un errore là. Indica il mare. Gioacchino le conosce tutte, le sue reti. Indica quelle che vengono disposte per prime, a croce, secondo i quattro punti cardinali. E poi, via via, le altre, a maglie sempre più fitte sino a sembrare tappeti, issate o calate dai tonnaroti, mentre canti del lavoro d’antica origine araba assecondano la fatica d’un lavoro che coniuga forza fisica ed intelligenza umana.

Gioacchino è profondo conoscitore dei numeri della mattanza. Li elenca tradotti in cime, reti, barche, tonni, uomini, giorni. Mentre parla, viene spontaneo pensare che provenga direttamente dalla scuola di Pitagora, o che, in un’altra vita, abbia conosciuto Galileo. Ma queste, per lui, sono astratte divagazioni. I numeri sono indispensabili per la mattanza. Altrimenti un anno intero di lavoro va perduto. E su questo non si può divagare. Nella Camparìa, sotto le tre navate che riproducono una cattedrale gotica con gli archi a sesto acuto, sono riposti miliardi di beni materiali utili per la mattanza. Ma tutto questo non basta. Come non bastano l’intelligenza del rais e la bravura e l’esperienza dei tonnaroti. Ci vuole la volontà di altri uomini, di quelli che gestiscono il potere, perché in un’isola delle Egadi la tonnara non chiuda.

Gioacchino ci trattiene per un ultimo saluto e ci confida un suo sogno; lo fa con pudore, mostrandoci un tappeto di vellutino rosso e blu. Mi piacerebbe rivedere in mare, la barca della figlia Florio. Con i suoi tappeti originali…I marinai dello yacht di famiglia erano vestiti dello stesso colore…La Signorina scendeva da questa barca - e ce la indica – per l’approdo a Favignana. Allora il porto non c’era…

E’ l’ora del tramonto quando Gioacchino chiude i portoni della Camparia. A ridosso del porto il paese, con le sue case bianche a forma di cubo, si colora d’una luce rosata. C’è vento di greco che increspa la superficie del mare. Che l’amore possa vincere ogni cosa. Così vien da pensare.

Lina Besate 1998

Se volete esplorare l'isola, telefonate a Gioacchino Cataldo al numero di cell. 338 6363618. Gioacchino vi accompagnerà sulla barca Laura

Gioacchino sulla sua barca

La Laura

La Camperia

La tonnara in miniatura, opera di Gioacchino

Gioacchino pesca un polpo


Scriverete poi le vostre impressioni sul diario di bordo...

Nicoletta e Lina

 

Si calano le reti

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